Lettera ai contadini sulla povertà e la pace

DI JEAN GIONO


Jean Giono è uno dei grandi scrittori contemporanei. Grande per le sue capacità letterarie, grande per la sua umanità. E' nato nel 1895 a Manosque, in Alta Provenza, dove ha vissuto tutta la sua vita e dove è morto nel 1970. Era figlio di immigrati piemontesi, il padre calzolaio e la madre lavandaia. "Era un artigiano calzolaio. Sapeva fare un paio di scarpe partendo dal rotolo di cuoio fino ad arrivare alle stringhe. Il rotolo di cuoio passava tra le mani di mio padre e si trasformava in scarpe fatte su misura e pronte da calzare. Preparava da solo tutti i pezzi della scarpa e utilizzava tutti i materiali adatti a fabbricarla: cuoio, filo, pece, setole di maiale, cera, chiodi; si serviva di tutti gli attrezzi nella loro diversità. Egli era l'assoluto padrone della sua vita, come un uomo degno di questo nome deve essere". Giono ha scritto, a mio parere, uno dei più grandi romanzi contro la guerra, "Le grand troupeau", che purtroppo non troverete in italiano. E' un romanzo che celebra la vita, come sempre i suoi scritti, e in particolare la vita semplice e contadina; un romanzo che fa vedere, sentire, annusare l'oscena mostruosità contronatura della guerra. Ma tutti i suoi scritti valgono la lettura, tutti i suoi personaggi sono realisticamente umani, ricchi, sangue carne e spirito, assieme ai suoi paesaggi, alberi, animali. Jean Giono è stato il cantore delle colline e montagne provenzali, della vita campagnola in ogni suo aspetto, acqua e vento e stormire di fronde, del popolo contadino, della generosità e della gloria inconsapevole.

Nel libro di cui riporto i brani Giono fa un accorato appello a quella che chiama "la classe contadina" perché non smarrisca le sue grandiose caratteristiche, perché non muoia. Oggi che in Occidente i contadini non esistono più, ma solo i cosiddetti "imprenditori agricoli", cioè imprenditori come tutti gli altri, intenti a sfruttare la terra, sé stessi e (i più ricchi) il lavoro salariato; intenti a competere per aumentare le proprie ricchezze con monocolture intensive e a fare la spesa al supermercato, è particolarmente interessante e commovente leggere questo appello. Dato poi che l'Occidente e le sue multinazionali stanno sistematicamente distruggendo i contadini anche degli altri continenti.



...C'è la ricchezza secondo il sociale. C'è la ricchezza secondo la verità. C'è la povertà secondo il sociale: si chiama povero chi non possiede denaro. E in effetti nel sociale questa è la fine, poiché senza denaro costui non può avere nulla, non può mangiare: lo attendono la miseria fisiologica e la morte. Invece, nella vostra situazione contadina cosa importa non avere denaro? Non continuereste a mangiare, se non aveste denaro? Il vostro frumento perderebbe forse le sue qualità nutritive, se non lo vendeste? Non sarebbe più adatto a fare il pane, anche se ne macinaste i chicchi con una vecchia macina contadina niente affatto elettrica? Credete che cibandovi di pane siffatto perdereste la salute e la vita?

No, continuerete trionfalmente a vivere in tutta semplicità. Voi siete i padroni assoluti della vostra vita e siete i padroni assoluti della vita degli altri. Ciò nonostante, nel sociale questo verrà chiamata povertà. Questa è la povertà che nelle vostre mani è un'arma così definitivamente vincente da poter imporre a vostro piacimento la pace alla Terra intera....

.... Mi avete appena dipinto il quadro della classe contadina che ha perduto le proprie qualità contadine. Gli uomini che ne fanno parte non sono più capaci di compiere l'intera loro opera. Il loro destino si è immiserito. Sono stati privati di una abilità. Sono stati distolti dalla loro ragione di vita. E' logico e normale che non abbiano più alcuna ragione di vivere. Lo sconvolgimento nel quale, come mi avete appena dimostrato, la classe contadina sembra persistere a vivere è solamente la furia con la quale si precipita verso la morte, le convulsioni naturali della sua morte. Voi avete visto morire, attorno a voi. Sapete che la morte è preceduta da una sorta di passione anatomica; la materia fisica del moribondo sembra già plasmata in misteriosi miscugli. Voi siete nella stessa situazione: stando a quel che mi avete appena detto, la materia fisica della classe contadina è similmente plasmata. E' sul punto di sparire per diventare altro. E' malata di capitalismo. La meta del contadino non è più vivere, è costituire un capitale. Egli crede che vivere significhi costituire un capitale. Crede che il capitale gli concederà una magnificenza irraggiungibile con la sola vita. Voi mi dite che non ha più da mangiare: è che non cerca più di mangiare, cerca di vendere. La prova del suo errore è che non riesce più a vendere. La prova dell'errore della vendita, in generale, è che il lavoro dell'uomo applicato logicamente al desiderio di vendere distrugge da sé la possibilità di vendere. E' come un nodo scorsoio. L'uomo che non compie più gesti di vita non deve stupirsi se la vita si allontana da lui....

.... La ragione di vivere dell'uomo è vivere. Il contadino che compie i gesti del vivere vive. Nello stesso istante in cui voi state morendo, contadini che non hanno silos pieni di frumento vivono perfettamente senza lamentarsi. Non si curano del prezzo del frumento. Non hanno le bolle dei commissionari. Non comperano né cipolle, né frutta, né patate, né carne. Essi hanno cipolle, frutta, patate, carne e tutto quel che voi siete costretti a comperare. Sono contadini. Voi non siete più contadini. Ognuno di questi contadini fa interamente il lavoro contadino; non gli manca nulla. Voi fate solamente una parte del lavoro: perché stupirvi che quel che non fate vi manchi? Quel che fate, lo fate a dismisura; perché stupirvi, dopo, dell'insensatezza e del disordine che ne sono le logiche conseguenze? Avete subordinato la vostra vita al denaro; il denaro è il prodotto del governo; perché stupirvi di essere subordinati al governo? Se per vivere dipendete da altri oltre a voi stessi, perché stupirvi che questi altri siano padroni della vostra vita? Se il vostro mestiere vi dà una piena libertà, e voi smarrite il vostro mestiere, perché stupirvi di smarrire nello stesso tempo la libertà? La trasformazione che voi subite, l'artigiano l'ha già completamente subita. Egli ha perduto la sua qualità artigiana; è diventato un operaio. Ha perduto tutto quel che voi vorreste recuperare: la vita, la pace e la libertà....

.... è il più bel massacro di contadini che si sia mai preparato. Dopo i primi mesi di guerra, nelle unità combattenti verrà fatta un'accurata cernita di tutti gli operai che per caso vi sono rimasti e li manderanno nelle fabbriche d'armi, dove sono indispensabili. Quanto agli scrittori che vi hanno incalzati al massacro, non preoccupatevi: o si troveranno in posti dove l'eroismo è facile e si sono accuratamente assicurati di diventare gli storici di sé stessi, oppure, magicamente scomparsi in una nuvola di fumo, conservano un padre ai propri figli. La maggior parte di loro ha superato l'età per combattere e inoltre possiede sufficienti ernie, enteriti ed eruttazioni da farsi escludere dal gioco. Glielo si concederà tanto più volentieri, in quanto bisogna pur continuare a fare pubblicità. Non tardate a ritrovarvi soli, voi contadini, da un capo all'altro della prima linea, e contadini di fronte in prima linea, anche loro da un capo all'altro. Avete sempre fatto le guerre da soli. I monumenti ai caduti eretti in tutti i paesi dopo la guerra del 1914 hanno una grande utilità. Li si trova brutti; io però non m'accorgo mai della loro bruttezza. Quando cammino per le campagne di paese in paese, ascolto la grande voce veridica dei monumenti ai caduti. Contate i nomi e guardate quant'è piccola la manciata di case attorno a quella tomba senza cadavere!

Cosa volete che vi dicano? E' assolutamente indispensabile che l'operaio faccia granate, e cannoni, e fucili, e cartucce, e che fabbrichi le cellule degli aerei, e che costruisca navi da guerra. La granata che vi mettono in mano perché la lanciate addosso al contadino che vi sta davanti, bisogna pure che l'operaio stia nella sua fabbrica per costruirvela e riempirvela per bene di polvere. Se voi foste lì a mani vuote, se l'altro laggiù che vi affronta restasse a mani vuote, magari sareste tentati di usare quelle mani per manifestare il piacere che in fin dei conti provate nel fare conoscenza, e stringervele. Non preoccupatevi, vi dice la patria, gli operai sono al loro posto e lavorano sodo, non smetteranno di riempirvi le mani di granate. Forza, andate. Voi ci andate. E siete i soli ad andarci....

Jean Giono, da "Lettera ai contadini sulla povertà e la pace"