Robert Louis Stevenson, il poeta dell’avventura

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di Sonia Savioli

7/ 4 / 2026

Robert Louis Stevenson è nato ad Edinburgo nel 1850 ed è morto nelle isole Samoa nel 1894. Una vita breve, sempre minacciata dalla malattia e, tuttavia, una vita felice. La vita felice di un uomo libero, che non si lasciava condizionare dal conformismo bigotto della sua epoca; un uomo avventuroso e semplice, come è semplice chi agisce secondo giustizia e con bontà. Un uomo dotato di grande immaginazione e fantasia, di quel genio preveggente che solo l’arte può dare ad alcuni: il suo romanzo Dottor Jekill e Mister Hide è un’evidente metafora di ciò che una scienza dalla presunzione e dall’ambizione smisurata può produrre.

Un uomo affettuoso, amorevole e amato.

Anche le sue poesie lo dimostrano. Queste, tratte dal libro A child’s garden of verses, ripercorrono i giorni dell’infanzia visti con gli occhi di bambino. Ci sono la mamma, il papà, l’amata bambinaia Cummy, i fratelli e le sorelle, i cuginetti; ci sono i sentimenti, i giochi, le paure e i sogni, le amicizie e le fantasie dell’infanzia. Di quella che dovrebbe essere ogni infanzia.

Sono poesie da gustare con un sorriso, da leggere ai bambini per nutrire e ravvivare i loro sogni, le loro fantasie.

In questi tempi oscuri, di degrado umano, culturale e intellettuale, la poesia è resistenza, la fantasia e l’immaginazione sono resistenza. E’ necessario offrire ai bambini gli strumenti per resistere.

LA TERRA DEL COPRILETTO

Quando ero malato e quasi sempre a letto,

con due cuscini stavo un po’ più eretto,

e tenevo tutti i giocattoli intorno

per far passare in qualche modo il giorno.

E a volte stavo anche un’ora a guardare

i miei soldati di piombo là a marciare

con diverse uniformi e bandierine

tra le lenzuola, lungo le colline,

e urlavo alla flotta a squarciagola

di salpare tra le onde e le lenzuola,

o piantavo con cura le mie piante

e edificavo una città distante,

ero insomma il grande gigante regale

assiso sulla collina del guanciale

che vede la pianura e il vallonetto,

l’amena terra del copriletto.

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IL COMPAGNO INVISIBILE

Se vedi un bambino che gioca da solo

nel bosco, in un prato, in casa o su un molo

stai certo che accanto, in piedi o seduto,

con lui c’è l’amico che mai fu veduto.

Nessuno lo ha visto e nessuno lo ha udito,

e anche il suo viso non è definito,

perché non si vede e neppure si sente

ma a casa o in giardino è sempre presente.

Nascosto nel lauro, là dietro i covoni

lui canta con te ogni volta che suoni,

se tu sei felice e non sai dir perché

l’amico invisibile è certo con te.

E’ piccolo, e piccolo vuole restare,

se scavi una buca ci va ad abitare,

è lui quando giochi coi tuoi soldatini

che sta coi francesi sconfitti e meschini.

E quando la notte ti spinge al tuo letto

ti avvolge di un sonno sereno e perfetto

e ovunque tu abbia riposto i balocchi

è lui che ti veglia, e non chiude mai gli occhi.

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TERRE STRANIERE

Chi può salire sul ciliegio, in cima,

se non io come ho fatto prima,

ben aggrappato con tutte e due le mani

per guardare paesi strani e lontani?

Ho visto il grande giardino confinante

pieno di fiori colorati e piante,

e tanti altri luoghi belli ancora

che non avevo mai visto finora

Ho visto il fiume correre e incresparsi

col cielo blu che andava lì a specchiarsi,

le strade polverose salire qua e là

con gente che andava verso la città.

Se solo trovassi un albero più alto

vedrei più lontano facendo ancora un salto,

dove il fiume ingrossato va a sfociare

tra le navi ondeggianti dentro il mare,

dove ogni strada, da qualunque lato,

conduce infine a un paese fatato

dove alle cinque la cena è finita

e i giocattoli prendono vita.

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IL MIO LETTO E’ UNA NAVE

Il mio letto è come un veliero:

Cummy alla sera mi aiuta a imbarcare,

mi veste con panni da nocchiero

e poi nel buio mi vede salpare.

Di notte navigo e intanto saluto

tutti gli amici che attendono al molo,

poi chiudo gli occhi e tutto è perduto,

non vedo e non sento più, navigo solo.

E a volte mi porto a letto qualcosa,

come ogni accorto marinaio deve fare,

a volte una fetta di torta da sposi,

a volte balocchi per giocare.

Tutta la notte attraverso il buio in volo,

ma quando infine il giorno è ritornato

nella mia stanza al sicuro, accanto al molo

il mio veliero è di nuovo attraccato.

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PANE FATATO

Venga qui ogni bambino

con i piedi impolverati:

qui da me, nel mio stanzino

può mangiar pani fatati.

Nel profumo di ginestra

con i pini alla finestra,

quando avrà mangiato il pane

sentirà fiabe lontane.

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I VIAGGI DEL SOLE

Il sole non è ancora andato a letto

quando io già riposo sul cuscino,

prosegue in cielo il suo moto perfetto

creando ogni giorno il suo mattino.

Quando qui a casa, nel giorno luminoso

giochiamo nel giardino soleggiato,

il piccolo indiano sonnacchioso

ha avuto il bacio e si è già coricato.

E quando ho preso il tè alla sera

il giorno albeggia a ovest, oltre il mare

e tutti i bambini oltre quella frontiera

si sono alzati e si vanno a lavare.

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A WILLIE E HENRIETTA

Chi più di voi saprà apprezzare

queste mie rime di gioie passate

di ore in casa o in giardino a giocare

voi, miei cugini delle estati dorate?

Voi, in quel verde giardino incantato,

voi siete stati re e regina,

un cacciatore, un’indiana, un soldato,

le mille cose che sono i bambini.

Adesso, che siamo genitori,

seduti qui possiamo guardare

dalla finestra, in giardino, là fuori,

i nostri eredi intenti a giocare.

“Il tempo passato non può tornare”

è il detto irrevocabile,

ma il tempo che non si può fermare

lascia dietro di sè l’amore, inarrestabile.

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A MIA MADRE

Anche tu, mamma,leggi questi miei versi,

perché quei giorni non vadano persi.

Così forse potrai ancora udire

i piccoli piedi andare e venire.