Se questo è un uomo






















Vale davvero la pena di rileggere, o di leggere per la prima volta, se vi manca questa conoscenza fondamentale, il libro di Primo Levi "Se questo è un uomo". Non solo perché è indispensabile conoscere una storia che è recente, ed esemplare di come la società umana fondata sul dominio possa degenerare oltre limiti impensabili, ma anche perché davvero quella storia non è mai finita, non l'abbiamo mai lasciata alle spalle. Si rinnova e si sviluppa ogni momento con le guerre infinite di conquista, neocolonialismo, annichilimento di intere nazioni da parte del potere dominante, da parte dell'impero del capitalismo globale. E oggi assume una forma inedita e vieppiù perversa con la dittatura pandemica.

Primo Levi nacque a Torino nel 1919. Nell'estate del 1943 si unì ad una banda partigiana. Catturato, fu deportato ad Auschwitz nel marzo 1944. Il gennaio dell'anno seguente il campo fu liberato dalle truppe sovietiche e Primo Levi sopravvisse per raccontare al mondo l'inenarrabile... "meditate che questo è stato; vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi".

Tanto più incalzanti, le sue parole, oggi che "la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita".

In questo brano racconta l'esperienza del Ka-Be di Auschwitz, cioè del periodo passato in infermeria: "il lager a meno del disagio fisico", e dove perciò si poteva "riprendere coscienza".

Buona lettura, con l'augurio che anche la nostra coscienza, di esseri umani del ventunesimo inumano secolo, possa risvegliarsi.

... E per la prima volta, la sveglia mi coglie nel sonno profondo, e il risveglio è un ritorno dal nulla. Alla distribuzione del pane si sente lontano, fuori delle finestre, nell'aria buia, la banda che incomincia a suonare: sono i compagni sani che escono inquadrati al lavoro.

Dal Ka-Be la musica non si sente bene: arriva assiduo e monotono il martellare della grancassa e dei piatti, ma su questa trama le frasi musicali si disegnano solo a intervalli, col capriccio del vento. Noi ci guardiamo l'un l'altro dai nostri letti, perché tutti sentiamo che questa musica è infernale.

I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care a ogni tedesco. Esse giaccioni incise nelle nostre menti, saranno l'ultima cosa del lager che dimenticheremo: sono la voce del lager, l'espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente.

Quando questa musica suona, noi sappiamo che i compagni, fuori nella nebbia, partono in marcia come automi; le loro anime sono morte e la musica li sospinge, come il vento le foglie secche, e si sostituisce alla loro volontà. Non c'è più volontà: ogni pulsazione diventa un passo, una contrazione riflessa dei muscoli sfatti. I tedeschi sono riusciti a questo. Sono diecimila, e sono una sola grigia macchina; sono esattamente determinati; non pensano e non vogliono, camminano...

Anche quelli del Ka-Be conoscono questo uscire e rientrare dal lavoro, l'ipnosi del ritmo interminabile, che uccide il pensiero e attutisce il dolore; l'hanno provato e lo riproveranno. Ma bisognava uscire dall'incantamento, sentire la musica dal di fuori, come accadeva in Ka-Be e come ora la ripensiamo, dopo la liberazione e la rinascita, senza obbedirvi, senza subirla, per capire che cosa era; per capire per quale meditata ragione i tedeschi avevano creato questo rito mostruoso...

Ma la vita del Ka-Be non è questa. Non sono gli attimi cruciali delle selezioni, non sono gli episodi grotteschi dei controlli della diarrea e dei pidocchi, non sono neppure le malattie.

Il Ka-Be è il lager a meno del disagio fisico. Perciò, chi ha ancora seme di coscienza, vi riprende coscienza; perciò, nelle lunghissime giornate vuote, vi si parla di altro che di fame e di lavoro, e ci accade di considerare che cosa ci hanno fatti diventare, quanto ci è stato tolto, che cosa è questa vita. In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci "ricordati che devi morire", meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall'interno dei lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.

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Nella nostra baracca la selezione è finita, però continua nelle altre, per cui siamo ancora sotto clausura. Ma poiché frattanto i bidoni della zuppa sono arrivati, il Blockaltester decide di procedere senz'altro alla distribuzione. Ai selezionati verrà distribuita doppia razione. Non ho mai saputo se questa fosse un'iniziativa assurdamente pietosa dei Blockalteste od un'esplicita disposizione delle SS, ma di fatto, nell'intervallo di due o tre giorni (talora anche molto più lungo) fra la selezione e la partenza, le vittime a Monowitz-Auschwitz godevano di questo privilegio.

Ziegler presenta la gamella, riscuote la normale razione, poi resta lì in attesa. -Che vuoi ancora?- chiede il Blockaltester: non gli risulta che a Ziegler spetti il supplemento, lo caccia via con una spinta, ma Ziegler ritorna e insiste umilmente: è stato proprio messo a sinistra, tutti lo hanno visto, vada il Blockaltester a consultare le schede: ha diritto alla doppia razione. Quando l'ha ottenuta, se ne va quieto in cuccetta a mangiare.... il vecchio Kuhn prega ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto.

Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent'anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell'uomo di fare, potrà risanare mai più?

Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn....

Primo Levi "Se questo è un uomo".