Marea nera

Una bambina selvaggia, timida e ribelle, che vede le anime dei morti. Un bambino gentile, dolce e arguto. Una madre pigra e ambiziosa, un padre nevrotico, concentrato nella scalata sociale.


Dal romanzo "Marea nera", di Sonia Savioli. Manni editore




IO VEDO LE ANIME DEI MORTI


Io vedo le anime dei morti. Le ho sempre viste, fin da quando ero piccola, fin dove arriva la mia memoria.

Vedo anche le anime dei vivi, ciò che nascondono; a volte è doloroso ma può salvare la vita.

Mi chiamo Silvana, ho quasi ventidue anni, sono una pastora e un’artista, suono la fisarmonica. La suono bene, dicono, e mi chiamano alle feste, ai matrimoni. Non sempre ci vado, solo se mi piacciono. Se non sono cose da Marea Nera.

Ho creduto fino a sei anni che tutti le vedessero. Loro non parlavano e mi sembrava normale che noi non parlassimo loro e che nessuno ne parlasse. Stavano tra noi, come i piccioni e le rondini. Nessuno parla mai dei piccioni o delle rondini, nemmeno quando ci sfiorano. E loro sono ancora più leggeri e sfuggenti e del tutto silenziosi.

Poi, quando avevo sei anni, morì il nonno Franco.

I nonni materni mi avevano cresciuta, loro e le bebisitter. Erano la mia famiglia diurna, per la notte c’erano mia madre e mio padre. Non sempre. Ero contenta quando potevo dormire dai nonni.

Mio nonno morì d’infarto. Forse. Alla mattina la nonna si svegliò


accanto a un cadavere. Diede la colpa alle medicine e ai medici, diceva che il nonno era stato sano come un pesce fino a che non si era lasciato rimpinzare di medicine per malattie inesistenti. Lo diceva proprio a lui, rimproverandolo. Parlava con la sua anima e io credetti che anche lei la vedesse, naturalmente: lo avevo sempre creduto; ma la novità era che si poteva parlare con le anime. Così anch’io iniziai a parlare col nonno.

Mia madre iniziò a portarmi dallo psicologo.

Non ero venuta bene. Non ero quello che si aspettavano.

Mia madre e mio padre avevano voluto un figlio: tutti avevano figli tranne gli sfigati che non riuscivano a farne e che combattevano con le unghie e con i denti per fecondare ed essere fecondate. Non sempre ci riuscivano e allora li si compativa. Poveretti, hanno provato di tutto. Qualcuno decideva di adottare uno o due bambini ma si capiva che era un ripiego, tanto per non rimanere senza del tutto.

Mia madre e mio padre dicevano sempre che non potevano rinunciare “anche” alla tal cosa o alla tal altra per causa mia. Ero un impedimento che andava ogni volta superato. Mi superavano agevolmente e non impedivo niente o quasi niente. Quando impedivo qualcosa, perché la nonna era malata e la bebisitter di turno impegnata, succedeva una tragedia.

Non ero quello che si aspettavano. Parlavo poco, ero timida, mi sporcavo molto, ero sempre spettinata, non facevo mai quello che mi dicevano. Ero poco intelligente, per non dire stupida. Non ero neanche una bella bambina. Per fortuna non mi ammalavo mai.

Questo ero in sintesi per mio padre e mia madre.

Ma, poiché loro erano soltanto la mia famiglia notturna, una famiglia di ripiego, provvisoria e di seconda scelta, io non ho mai creduto a ciò che pensavano di me. Ho creduto a ciò che pensavano di me la nonna, il nonno, le bebisitter. E loro pensarono sempre che io fossi preziosa e unica. Così si formò in me la convinzione che mio padre e mia madre non valessero molto.

Non ero felice con loro poiché loro non erano felici: avevano sempre fretta ed erano quasi sempre insoddisfatti e inquieti.

Lo psicologo disse che ero normale, non avevo niente di guasto. Era normale che i bambini della mia età avessero degli amici immaginari e che, dato che ero molto attaccata al nonno, lui diventasse il mio amico immaginario poiché nella realtà non c’era più. Era un modo di compensare e rimuovere la perdita, evidentemente stavo soffrendo.

Lo psicologo mi piacque subito. Stava a guardare, come me. Non aveva nessuna fretta, lui, e rimaneva immobile mentre gli altri si affannavano.

A volte mi sembrava di essere appollaiata su un ramo e di osservare ciò che succedeva giù.

- Sei seduto sopra l’albero?- gli chiesi mentre mi faceva delle domande, e lui rise e disse: - Sì, sono seduto sopra l’albero! -

Mia madre sorrise per imitazione, lui mi guardò negli occhi come se cercasse qualcosa e poi il suo sorriso cambiò, come se qualcosa avesse trovato. Anch’io lo guardavo negli occhi, non ero così timida come credevano i miei genitori.

Nemmeno lo psicologo li convinse, ma lui si convinse di dover continuare gli incontri. Dopotutto, se stavo soffrendo per la perdita del nonno, quello era un motivo sufficiente per l’intervento di uno psicologo.

Credo che mia madre ci si divertisse, ma forse non è la parola giusta. Portare la bambina dallo psicologo, naturalmente perché superasse la perdita e “rielaborasse il lutto”, e non perché fosse guasta, era motivo di vanto. Un vanto apparentemente noncurante da sbandierare con le amiche, gli amici, i parenti. Lo psicologo costava parecchio, era molto conosciuto. Aveva addirittura lo studio vicino a piazza San Babila.

Era un uomo che sembrava giovane ma solo per un attimo. Solo prima che ti vedesse, mentre faceva qualcosa che non ti riguardava o parlava con qualcun altro. Appena ti guardava, per qualche secondo sembrava molto stanco e molto vecchio. Poi si riprendeva.

Erano veri tutti e due, l’uomo vecchio e stanco e quello energico e sicuro. E tutti e due stavano a guardare, ma il primo mentre guardava si consumava.

Faceva un sacco di domande a mia madre e qualcuna a me. Io non dicevo bugie nemmeno quando nascondevo la verità, e lui capiva che la nascondevo. Mia madre non era mai sincera e anche questo lui lo capiva. Si chiamava dottor Pellegrini e aveva una voce calma e profonda. A volte scherzava e allora tornava giovane e io ridevo. A mia madre non piaceva quando scherzava.

Un giorno mi chiese come fosse la scuola.

- Così così. - dissi io.

Alcuni bambini mi piacevano e anche una delle maestre.

- Il nonno ci viene a scuola? - chiese.

Feci cenno di no.

- Non viene a scuola con te? -

- No, lui sta con la nonna, sta a casa sua. -

Lo vidi perplesso, mia madre scosse la testa.

- E gioca con te? - chiese ancora.

A quel punto avrei voluto rispondergli di sì, perché era quello che si aspettava.

Avevo capito presto, dopo aver cominciato a parlare col nonno, che non tutti le vedevano, le anime dei morti. Sarebbe bastata mia madre, che diceva a mio padre che non ero normale e che lei l’aveva sempre pensato. Ma in più c’era la nonna, non lo vedeva, si era stupita dei miei dialoghi con lui, pensava anch’essa che me lo immaginassi. A quel punto mi domandavo se non fossimo soltanto noi bambini a vederle.

- Mi parla. - risposi.

- Cosa ti dice? -

- Mi consola quando sono triste. -

Non era proprio vero. Non parlava. Solo una volta, un giorno che ero proprio tristissima, avevo sentito dentro la testa la sua voce che diceva “Povera la mia pupattola!”, come faceva da vivo.

Quindi non era neanche falso.

Lui comunque ne fu sollevato e io cominciai ad orientarmi: se era un amico immaginario, doveva proprio fare così. Come faceva il mio orsacchiotto di peluche.

- Io gli racconto le storie. - dissi.

- Ah, sì? E che storie gli racconti? -

- Di tutti i tipi. -

- E cosa gli hai raccontato oggi? -

- Oggi non l’ho visto. -

- Ho capito. E domani, se lo vedi, cosa gli racconterai? -

- Del piscologo. -

- E’ importante, il “piscologo”. -

Forse era una domanda o forse no. Non capivo a volte se domandasse o affermasse.

- E’ simpatico. – dissi.

Allora sorrise da giovane: - Ti è simpatico. -

- E’ buono. - gli sorrisi.

- Per lei sono tutti buoni. - disse mia madre; lo disse con voce dolce e con un sorriso indulgente e amorevole.

Anche il piscologo stavolta credette a quel sorriso e a quella voce.

Mia madre fingeva senza accorgersene. Lo faceva soprattutto con le persone che le piacevano.

Non finse mai con me e, per dir la verità, nemmeno con mio fratello, ma per due motivi opposti. Ogni tanto fingeva con la nonna ma la nonna la conosceva bene.

C’era qualcosa che non andava nel mio rapporto col fantasma del nonno, lo avevo capito. Loro non ci credevano, non vedevano le anime dei morti e quindi non potevo vederle neanch’io. Se le vedevo, voleva dire che ero matta, perché questo era il significato della frase che mia madre ripeteva a mio padre: “Questa bambina non è normale”. Non c’era bisogno di avere più di sei anni per capirlo.

Non che non l’avesse detto anche prima di allora, però mai con quel tono e quella convinzione. Prima di allora era stata una frase sporadica che esprimeva la sua critica o il suo disappunto. Da quando avevo cominciato a parlare col nonno, era diventata una frase allarmata e aggressiva.

Così, come avevo cominciato, smisi di parlargli, se non in assenza di qualsiasi uditorio. Gli parlai solo in segreto e solo quando il silenzio mi pesava.

Sono nata a Milano, la prima casa che ricordo è quella da cui sono fuggita e in cui ho abitato per quasi tutto il tempo della mia vita coi genitori. E’ una bella casa nel centro storico, una vecchia casa ristrutturata; il nostro appartamento aveva ampie stanze dai soffitti alti e decorati da stucchi, una grande terrazza che dava sul cortile e che un glicine contornava tutta; il glicine era vecchissimo e il suo tronco sembrava di pietra corrosa; quando fioriva profumava la casa, il cortile e persino la strada. Ne sentivo il profumo tornando la sera, accompagnata dalla nonna, e quel profumo dolce e intenso non mi dava alcuna consolazione perché veniva da casa mia.

Quando ero a casa, sì, mi consolava; tuffavo la faccia tra le sue foglie e i fiori, ne aspiravo il profumo, li mangiucchiavo. Tante cose mi davano consolazione quando ero a casa, perché cercavo continuamente consolazione.

Non era la prima casa in cui avevo vissuto; quando ero nata i miei genitori abitavano in periferia, vicino a piazzale Lotto. Palazzo signorile, grande appartamento, fermata del metrò a pochi passi, ma abitare in centro era il loro sogno e uno degli obiettivi prefissati. Una delle conquiste.

Ci arrivarono presto, mio padre era già un architetto affermato e ammanicato, benché ancora giovane, e poi si affermò e si ammanicò sempre di più.

Era il nonno che veniva a prendermi a scuola. Era alto e portava dei soprabiti grigi o dei cappotti di loden. Era diverso da tutti. Mi sembrava bellissimo e che tutto diventasse più bello quando lo vedevo. Mio nonno aveva un viso severo in cui scintillava sempre una fiammella ironica, un lungo naso in un volto fresco e roseo, i capelli grigi e i baffi sale e pepe ben curati; gli occhi castani avevano un’espressione che di primo acchito sembrava distante ma che era solo un po’ spaesata.

Mi aspettava discosto dagli altri, genitori, nonni, tate, così io lo vedevo subito; teneva le mani in tasca e di colpo mi sorrideva sotto i baffi con un’espressione un po’ burbera, come se mi stesse facendo uno scherzo. Mi sembrava ogni volta di aver avuto una grande fortuna a trovarlo lì. Raramente indossava un giaccone di pelle con la fodera scozzese e mi sorprendeva: diventava un nonno esotico, venuto da lontano. Sempre mi sembrava l’essere più importante e amabile tra tutti quelli che aspettavano i bambini fuori dalla scuola.

Ma questo durò per un tempo molto breve.

La prima casa, quella di piazzale Lotto, non me la ricordo; avevo un anno e mezzo quando i miei genitori traslocarono. La casa di via Santa Marta è stata la mia casa a Milano. Quella dei nonni mi piaceva di più.

Nella casa di via Santa Marta mi piaceva il glicine, l’acciottolato del cortile e l’anima della bambina. Di anime lì ce n’erano parecchie ma la bambina mi cercava, non era evanescente e qualche volta la sentivo persino bisbigliare. Era felice quando annusavo i fiori del glicine perché le piaceva molto il loro profumo e così poteva sentirlo anche lei. Era una bambina paffuta, con la frangetta e la coda di cavallo, molto carina. Io con lei non parlavo ma sapevo tutto quello che sentiva, che voleva, che pensava. A volte era così triste che mi sembrava di sprofondare nel buio e allora se ne andava, per un pezzo non la sentivo e non la vedevo più. Poi tornava ed era allegra, era contenta di stare con me.

Quando le rondini fecero il nido sotto la gronda, la sua anima cominciò a volare con loro.

Mia madre voleva togliere il nido e quella fu una delle poche volte in cui la implorai e piansi. Fui una bambina normale, forse, e forse questo la tranquillizzò. Il nido rimase, mio padre fissò al muro sotto di esso una tavoletta di legno perché gli escrementi non cadessero sulla terrazza. Fui così sorpresa, quel giorno, che mi sembrò di vivere un’altra vita.

Io e il nonno ci tenevamo sempre per mano. Quando veniva a prendermi a scuola tornavamo a casa facendo il percorso più lungo, per passare dalla piazzetta dove c’era l’imbocco del parcheggio sotterraneo. Era una piazza piccola, delimitata da vecchie case ristrutturate come nuove e con quattro grandi platani. La zona era chiusa al traffico e quasi silenziosa, il parcheggio sotterraneo era per i residenti, così le automobili scomparivano nelle viscere della terra e tutto era bello e misterioso. Come sempre è misteriosa la vita.

L’imbocco del parcheggio, che scendeva sottoterra, era contornato da un muretto di granito che brilluccicava al sole. Il nonno mi prendeva sotto le ascelle per aiutarmi a salire, poi mi teneva per mano e percorrevamo tutto il muretto, uno, due, tre lati, fino a ritornare all’imbocco del parcheggio ma dall’altra parte; lì saltavo a terra. Poi ce ne tornavamo a casa chiacchierando.

Il giro del muretto avveniva in silenzio, era una prova di coraggio e una sbirciata nell’ignoto, come tutte le prove di coraggio. Perché mentre camminavo sul muro tenendo la mano del nonno, di là, dove il nonno non c’era, il suolo continuava ad abbassarsi, diventava un precipizio e il cuore mi batteva più forte e camminavo dritta e concentrata guardando avanti verso la meta. Ma sorridevo, perché alla meta arrivavo sempre, per il mio coraggio e perché c’era la mano del nonno.

Il nonno morì a gennaio. La nonna non mi fece mai fare il giro sul muretto. Diceva che era pericoloso, che non voleva allungare la strada, che eravamo di fretta e dovevamo spicciarci. Ma io sapevo che mentiva.

Mi rimase la nostalgia di quel granito sotto i piedi, di quell’abisso costeggiato, del battito del cuore sorridente nello sfiorare l’ignoto, della mano amorevole e sicura che mi sosteneva.

A primavera mia madre mi portò dallo psicologo perché le faceva paura la mia stranezza; perché lo psicologo era famoso e alla moda, uno psicologo da ricchi e così avrebbero saputo che eravamo ricchi, e perché cercava qualche risposta senza essere in grado di fare le domande. Però lo psicologo non capì niente; vide che ero felice, questo lo vide, e vide che lei, Giulia, era confusa e tormentata. Così fu confuso anche lui ma continuò a studiarci per più di sei mesi.

Aveva un panfilo a vela, una moglie e due bambini maschi più grandi di me, una casa sulle Alpi perché gli piaceva anche la montagna ed era un bravo sciatore, andava ai congressi a Ginevra e a New York e guidava auto sportive. Alla fine ne sapevamo più noi di lui che lui di noi; persino mia madre aveva visto la sua confusione e la sua stanchezza, dopotutto era figlia di mia nonna.

Io, in quei mesi di incontri con lo psicologo, capii qualcosa in più di me stessa: che ero anch’io inaccessibile e misteriosa come le anime che vedevo, come le rondini sotto la gronda, come gli insetti tra i rami del glicine. E che dipendeva solo da me mostrarmi o nascondermi, mentre nessuno poteva restarmi nascosto. Ma pensavo che fosse una qualità di tutti i bambini, e lo penso anche adesso.

Smisi di parlare col nonno in pubblico ma fu lui a parlarmi.

La nonna continuava i suoi monologhi, anche se stava attenta a non farsi sentire da me. Non ci riusciva. Tutti sottovalutano i bambini. Bisbigliava o borbottava, era più forte di lei, come se bastasse il tono di voce ad escludermi, come se io fossi mezza sorda o mezza scema; eppure ha sempre apprezzato la mia intelligenza. A volte piangeva di nascosto, senza farsi vedere, ma la udivo tirar su col naso, la vedevo asciugarsi gli occhi, sentivo i suoi sospiri.

“Perché mi hai lasciata sola, vecchio stupido?” “Perché non mi hai dato retta, vecchio testardo?” gli domandava sottovoce, arrabbiata. Poi baciava la foto del nonno e si chiudeva in bagno un minuto.

Finché il nonno mi parlò: “Dì alla nonna di perdonarmi”.

Io lo vedevo ma quello che mi mancava era la sua mano che teneva la mia. Fui contenta di sentirlo, anche se sapevo che faceva una gran fatica a parlarmi. In quel momento stavo giocando nel salotto dei nonni, saltavo da una sedia all’altra allontanandole sempre di più. Sicuramente ero spettinata e sorridevo. Saltai giù dalla sedia, non avevo le scarpe e scalza andai in cucina. La nonna stava preparando le verdure per il minestrone, mi porse una carota cruda, io la presi e mi voltai dall’altra parte e dissi: - Ha detto il nonno di perdonarlo. - e poi addentai la carota.

Sentii il suo respiro che si fermava, tutto il peso della sua attenzione. L’unico rumore nella cucina era quello dei miei denti che sgranocchiavano la carota. Fissavo la soglia e avrei voluto scappare.

- Dov’è il nonno, Silvina? - mi chiese, ma la voce non sembrava la sua.

- E’ qui. - dissi.

In quel momento il nonno era lì sull’uscio e sorrideva con pietà. Glielo indicai. La nonna fece qualche passo verso di lui: - Franco… - mormorò.

Sembrava sospesa a metà tra lui e me. Il nonno allungò una mano verso il suo viso, fece una specie di sospiro o di smorfia come se stesse per tuffarsi. Anch’io sentii l’aria muoversi e la nonna si mise le mani sulle guance e sorrise, felice.

- Aaah! - fece, e mi guardò con quel sorriso, poi mi accarezzò la testa

- Povera la mia pupattola! - sussurrò, ma rideva e risi anch’io.

Il nonno stava sempre con lei, con lei veniva a prendermi a scuola ma non riuscii mai a convincerla a farmi fare il giro sul muretto.

Era passato poco tempo da quella seconda e ultima volta in cui il nonno mi aveva parlato, quando cominciai a sentirle.

Fino a quel momento solo la bambina mi bisbigliava qualcosa, piccole parole felici come “le rondini!” o “che profumo!” (.....)