Le conquiste della medicina

dal libro "Scemi di guerra" di Sonia Savioli


La civiltà del dominio, la civiltà di guerra e progresso (gpr), dei conflitti, della competizione e delle "conquiste", dell'alienazione dell'essere umano dalla natura, ci ha portato a questo finale agghiacciante, in cui un'élite di dominatori tenta una dittatura globale attraverso una falsa pandemia, e in cui la scienza medica non è più né scienza né medica. Diventa uno strumento di dominio, un'industria al servizio di un profitto illimitato, un'arma di terrorismo psicologico ma anche fisico. Come è potuto succedere?


Le conquiste della medicina non si mettono in discussione: vaccini, antibiotici, radiografie, tac, risonanze magnetiche, ormoni, antidolorifici, antinfiammatori, sedativi, antivirali ci hanno salvato e allungato la vita.

Quando qualcuno fa notare che siamo tutti ammalati, dai bambini immunodeficienti che passano di bronchite in diarrea, ai giovani con la mononucleosi o la sclerosi multipla, ai mezzetà con infarto e/o cancro, ai vecchi ridotti a larve senza più comprendonio e col corpo che marcisce ancora vivo (senza contare le “trasversali” allergie, asma e diabete e molti eccetera), altri rispondono che una volta queste malattie c’erano come adesso ma non si “riconoscevano”.

Dire che le generazioni che ci hanno preceduto erano ammalate di cancro, distrofia muscolare, asma e non lo sapevano, sarebbe come dire che prima volavamo perché non sapevamo che esistesse la forza di gravità.

Al che si potrebbe replicare che, in questo caso, sarebbe meglio continuare a non saperlo.

Il fatto è che, anche se non conosci la forza di gravità, se ti lanci dal quinto piano sbattendo le braccia, ti spiaccichi al suolo.

E che chi è malato sa di esserlo e, quando i malati di una stessa malattia sono un certo numero, la malattia acquista un nome. In qualsiasi epoca della storia umana.

Ma naturalmente, se ammettessimo di non essere più sani e più longevi oggi di qualche migliaio di anni fa, crollerebbe tutta la costruzione ideologica e culturale della civiltà di guerra e progresso. Ci siamo tanto arrabattati e vessati l’un l’altro, vessando anche ognuno sé stesso, per vivere peggio, sempre peggio? Per essere anche fisicamente più sofferenti, più fragili, più inadatti alla vita?

Senza contare che oggi, su questa convinzione diffusa e quasi universale, si sono innestati gli interessi economici delle ditte chimico-farmaceutiche. Colossi industriali e finanziari con un potere enorme e una morale microscopica. Oggi più forti e potenti dell’industria delle armi o del petrolio, perché sostenute dal consenso incondizionato delle masse e dal consumo delle masse: consenso e consumo che nessuno mette in discussione.

Tranne qualche sparuto gruppo di medici ancora indipendenti e sapienti; tranne persone sparse che diffidano delle conquiste della scienza, dei medicinali di sintesi, delle costose e dannose terapie che devastano il corpo con il dichiarato scopo di guarirlo. Persone e medici che diffidano del potere legato ai soldi.

In una società di guerra, cioè di divisione, conflitto e dominio, nessuna scienza, nessun potere, nessuna istituzione può essere “neutrale”.

Al massimo, e nel migliore dei casi, può opporsi e confliggere.

Come non può essere neutrale la scuola, che deve preparare i cittadini consumatori-competitori, dominanti-dominati, così non può essere neutrale la medicina, che deve vedersela da un lato con la vita naturale e dall’altro con gli interessi economico-affaristici.

Esistono molte medicine nel mondo ma una di esse è dominante, quella occidentale, cioè quella capitalista, ovvero quella “inventata” dalla civiltà di guerra e progresso e permeata dalla cultura della guerra e del progresso.

Molte medicine che però si potrebbero dividere in due filoni essenziali: la medicina antibiotica e la medicina probiotica. E le due definizioni sono quanto mai appropriate.

La medicina antibiotica è quella che vede nella natura che ci circonda qualcosa di ostile, da dominare o distruggere (si potrebbe dire che è la tradizione indoeuropea?), e nella nostra natura, cioè nel nostro organismo, qualcosa di incapace, minorato e inetto, da modificare e perfezionare.

Così batteri e virus diventano i nostri acerrimi nemici, il corpo umano diventa un sacco di carne quasi morta e pronta a infettarsi e degenerare e decomporsi al primo contatto esterno, le medicine chimico-sintetiche e i trattamenti tecnico-medici la nostra indispensabile armatura nella guerra quotidiana contro la malattia.

L’altra medicina, quella probiotica, pensa che la natura e la vita siano la stessa cosa, che il corpo umano sia molto ben fatto e organizzato già così com’è, dato che è il risultato di centinaia di migliaia di anni di sperimentazioni e adattamenti, e che si sappia difendere benissimo da solo da ciò che nel mondo circostante potrebbe nuocergli (a parte certe recenti invenzioni umane), almeno fino a quando il suo sistema immunitario e il suo equilibrio energetico sono a posto. Che, per conservare la salute, bisogna mantenere l’efficienza del sistema immunitario e l’equilibrio dell’organismo, cosa sempre più difficile man mano che progrediamo. E che, ove questo equilibrio si rompa e nasca la malattia, non serva tanto attaccare la malattia (e con essa il corpo che la contiene) quanto ripristinare l’equilibrio e rafforzare il sistema immunitario.

Se ne deduce abbastanza facilmente che la medicina anti-biotica è una delle espressioni della civiltà gpr, mentre la medicina pro-biotica è una delle espressioni di resistenza della civiltà di comprensione e collaborazione.

La convinzione scontata e mai verificata a cui tutta la “massa” crede fermamente, almeno nei paesi civili, è che la nostra vita si sia prolungata e che sia migliorata dal punto di vista della salute. Anche se non conosciamo quasi nessuno che abbia superato i quarant’anni e che sia davvero sano. Anche quando i più sani che conosciamo sono pazzi macrobiotici mai vaccinati o pastori settantenni, cioè persone che vivono oltre i confini della nostra civiltà.

Davanti all’evidente sfacelo dei nostri corpi civilizzati, che ci rende persone, o ci circonda di persone, costrette a letto o in carrozzella oltre una certa età, da accudire per anni come moribondi cronici, sofferenti e agonizzanti per un tempo insopportabile, ci consoliamo dicendoci che si sta così male e si soffre così tanto oggi perché i progressi della medicina ci hanno allungato la vecchiaia, allungandoci la vita.

La cosa ci conforta e ci placa, perché ci conferma che stiamo “meglio”, stiamo “progredendo”, “conquistando”.

Se anche fosse vero, sarebbe sempre uno sragionamento: sarebbe come se, in una battaglia cruenta, il vincitore si trascinasse per terra con le gambe monche e le budella di fuori, gioendo e proclamando la sua superiorità perché il nemico è morto sul colpo.

Ma non è neanche vero. Il nemico è più gagliardo che mai: la medicina ipertecnologica e globalizzata della nostra epoca coltiva e inventa la malattia perché il malato è un consumatore di medicine e, in questa ottica, un essere umano sano è un “deviante” da ricondurre all’ordine. Mettetelo nelle mani dei medici e vedrete che, a furia di rivoltarlo come un calzino, qualcosa di sospetto troveranno.

Poi magari, dopo un po’ di tac e risonanze magnetiche e qualche dose di medicine chimico-sintetiche, il sospetto diventerà certezza.

La salute non viene “coltivata” da tale potere medico: è in contrasto con lo sviluppo e il progresso.

E’ in contrasto con i mezzi motorizzati e i loro gas, con i pesticidi sparsi su ogni pianta commestibile o anche solo ornamentale, con i telefonini e i ripetitori di onde elettromagnetiche di ogni genere. Ed è in contrasto con il sistema chimico-farmaceutico-diagnostico-terapeutico.

In molti casi i padroni dei pesticidi sono anche i padroni dei medicinali, delle materie plastiche e del petrolio.

Come può un essere umano raziocinante pensare che chi aumenta il proprio potere e il proprio denaro vendendo veleni e vendendo medicine abbia per scopo e missione la sua salute? Al massimo avrà per scopo la sua sopravvivenza: ogni giorno in più di vita consumando medicine sarà un profitto per l’industria dei farmaci. Non è un caso che oggi, e mai prima nella storia dell’umanità, si muoia quasi tutti di malattie croniche.

Non è un caso che oggi, e mai prima nella storia, si parli di esseri umani uccisi per trapiantare i loro organi sani in esseri umani malati, e non è un caso che si parli soprattutto di bambini e giovani sacrificati per questo scopo.

Il che ci dimostra, se altro non bastasse, che siamo davvero una civiltà superiore e che, dalla notte dei tempi, abbiamo sempre progredito. E migliorato.

L’industria della malattia ha bisogno di una concezione della salute come dominio della natura e perfezionamento della natura. Una concezione in cui il nostro debole e inetto organismo è minacciato da tutto ciò che lo circonda di naturale: virus, batteri, latte fresco, acqua di sorgente, insetti, erbe, terra, sudore e sangue ecc.

Non è minacciato, evidentemente, da tutto ciò che il “progresso” tecnico e scientifico ha inventato, anche se tutto ciò minaccia la sopravvivenza del pianeta intero.

L’industria della malattia ha bisogno di malattie infettive, che si trasmettono respirando batteri, toccando batteri, mangiando batteri e facendo all’amore. Le malattie infettive sono un vero affare, perché permettono di creare vaccini e venderli e, qualche volta, imporli addirittura per legge a interi popoli; se no, a intere categorie. Gli stati pagano i vaccini (con le nostre tasse e tagliandoci i pulmini scolastici, le tratte ferroviarie secondarie che servono ai pendolari o le pensioni) e le industrie farmaceutiche fanno affari infiniti.

I vaccinati non si ammaleranno più di quella malattia, se riescono a non ammalarsene lì per lì grazie al vaccino, ma probabilmente gliene verranno di peggiori perché, secondo la medicina probiotica, i vaccini sconquassano il nostro sistema immunitario come poche altre cose. Se poi i vaccinati non si ammalano di nulla di grave o non finiscono per essere sempre afflitti da qualcosa di meno grave, vuol dire che si poteva comunque fare a meno di vaccinarli, perché il loro sistema immunitario era talmente forte da reggere anche ai vaccini. Ma questo è molto raro, da quando glieli si spara direttamente dentro il corpo fin dai tre mesi di età.

Quando le malattie infettive esistenti non bastano, l’industria della malattia ne inventa qualcuna. Con l’aiuto di governi e organi di disinformazione. Per qualche settimana la malattia fantastica è la prima notizia di ogni giornale e telegiornale, poi non se ne parla più, ma intanto il vaccino è in circolazione, se non obbligatorio.

Se poi è vero che i vaccini mandano in tilt e indeboliscono il sistema immunitario, meglio ancora! Vendendo vaccini si creano ancor più malati cronici. I migliori clienti dell’industria della malattia.


PRIMO NON NUOCERE Ero una ragazzetta quando si cominciò a parlare, o meglio a strombazzare, di trapianti di cuore. Erano l’Argomento, il progresso, la scienza, le grandi possibilità, le grandi speranze, il potere illimitato, la sfida alla natura, il raggiungimento della vetta. La massima autorità scientifica in campo era il dottor Barnard. Sudafricano e bianco. Un sudafricano bianco che non si batteva contro la segregazione dei neri. Un razzista. Il primo essere sacrificato per un trapianto fu un babbuino. Gli fu preso il cuore. Un sacrificio inutile, come la scienza della malattia ne officia ogni giorno. La donna che “ricevette” il cuore del babbuino prolungò la sua agonia di qualche giorno ancora. Nessuno di noi vorrebbe avere una lunga agonia, ma se moriamo nelle mani dei medici abbiamo poche possibilità di evitarla. Oggi esiste un’industria dei trapianti. E’ in gran parte illegale ed è in mano alle mafie. Tutti lo sanno, quelli che dovrebbero impedirla, ma invece lo negano. Ogni notizia che riguardi l’uccisione di esseri umani per privarli di organi da trapiantare su altri esseri umani, più malati e più ricchi, viene accuratamente censurata. Da tutti, compresi coloro il cui mestiere dovrebbe essere fornire notizie e informare: i giornalisti. E’ un tabù. Mette in discussione troppe cose. Perché il traffico degli organi è in mano alle mafie, ma coloro che eseguono i trapianti con gli organi “trafficati” non possono essere che fior fior di chirurghi in fior fior di ospedali. E il fior fior di pazienti quelli che se ne giovano. E’ così che comincia: il dottor Barnard & C. che sperimentano trapianti per amore del dominio, per superare e vincere la natura, per fare carriera e superare gli altri esseri umani. Ed è così che finisce nella società gpr: gli organi da trapianto e i trapianti sono una merce, gli esseri umani da assassinare per prelevare organi sono una merce. Le ultime notizie che hanno varcato il muro omertoso e falso dei media su questo argomento ci sono giunte da personaggi autorevoli e attendibili, almeno secondo il metro della società gpr. Da Carla del Ponte, procuratore (!) capo del tribunale euronordamericano che condannava con processi farsa i dirigenti jugoslavi che avevano osato opporsi all’occupazione della Jugoslavia e al suo smembramento, mentre non riusciva a processare nessuno degli altri attori di tale guerra. La signora Del Ponte (o dovrei dire “il signor”?) si è tolta qualche sassolino dalla scarpa (deve camminare parecchio male, dato che molti gliene rimangono) rivelando qualcuna delle atrocità dell’UCK, l’esercito kosovaro amico degli americani e oggi padrone apparentemente assoluto del kosovo. Una di queste atrocità fu la cattura di almeno trecento giovani serbi, tenuti prigionieri e man mano utilizzati come “fornitori di organi”. La seconda notizia ci è giunta dal ministro dell’interno italiano, che dice esserci le prove di minori scomparsi nel nostro paese e utilizzati per il traffico di organi. I minori in questione sono extracomunitari. Qualcuno li cattura e li porta qua, la nostra mafia li aspetta e li prende in consegna, scompaiono e non se ne sa più nulla ma media e organi preposti dicono che sono scappati. Tuttavia ormai “ci sono le prove”, anche se non si arriva a dirci quali. Di Carla del Ponte e del ministro Maroni gli organi di informazione hanno sempre amplificato ogni parola e ogni frase, prendendole per oro colato e ripetendole sino all’asfissia, e per quel che riguarda Carla del Ponte senza che nessuno, destra sinistra o centro, le mettesse in discussione o ne dubitasse. Ma non è stato così questa volta. Questa volta le loro parole sono state occultate o addirittura, essendo il ministro Maroni in conferenza stampa e non potendo materialmente i giornalisti tacere e nascondere, sono state immediatamente messe in discussione, quando non ridicolizzate, riferendo i pareri di molte altre persone che facevano capire che al ministro gli aveva dato di volta il cervello. Rimane il fatto che si tratta di un nuovo mercato, che nasce dai progressi e dalle sfide della scienza medica. Scienza, come tutte le altre della civiltà di guerra e progresso, che non si pone alcuna domanda. Non si domanda gli scopi di ciò che fa né le conseguenze. Perché l’unico scopo della scienza è superare i limiti. L’unico scopo, cioè, è la competizione, con la vita, con la natura e, non ultima, con gli altri uomini e i colleghi scienziati.

Le persone sane non hanno bisogno di medicine, né di vaccini. La medicina moderna nasce con l’indebolirsi del fisico umano. Nasce con lo sfruttamento industriale dell’uomo sull’uomo, con le guerre mondiali, con l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra e del cibo. Poi diventa mercato e s’ingegna a venderci anche ciò che non ci serve; s’ingegna a indebolirci vieppiù ma tenendoci in vita, per venderci ancora più farmaci. Per fare di noi dei consumatori dei suoi prodotti. Mia nonna nei suoi ultimi anni ogni inverno o quasi si ammalava di broncopolmonite. Stava a letto qualche giorno e poi tornava alla solita vita. Negli ultimi anni ogni volta mia zia scuoteva la testa e diceva “alla sua età non si riprende”. La curava e il dottore veniva tutti i giorni a visitarla. Aspettavamo che guarisse o morisse, aiutandola per quel che si poteva. Per quel che si può. Fino a novantadue anni guarì ogni volta. La malattia, qualsiasi malattia, è dovuta a uno squilibrio. Ogni organismo è un mondo in cui operano e interagiscono miliardi di piccole e grandi cose, cellule, molecole, enzimi, sostanze organiche e minerali, che lavorano, si consumano, mutano e si riproducono. E tutto questo è collegato all’ambiente che lo circonda, ne trae forza o se ne difende. Quando l’organismo è indebolito, quando qualcosa inceppa abbastanza a lungo o abbastanza violentemente tutto questo complesso lavorio, nasce la malattia. Allora può bastare anche un virus, perché l’organismo non sa più difendersi. Ma, mentre l’organismo di un bambino può essere aiutato più facilmente, se lo squilibrio è dovuto alla sua intrinseca e temporanea debolezza infantile, è più difficile aiutare un organismo vecchio, nel quale lo squilibrio nasce dal logorio irreversibile degli organi, dal venir meno dell’energia. “E’ una ruota che gira”, dicevano sempre gli adulti. Una frase oggi in disuso. Su quella ruota si saliva, e si scendeva a un certo punto per far posto ad altri. Le chiese erano frequentate molto dai vecchi, anche mia nonna ci andava ogni giorno: quelli che credevano in Dio si preparavano così ad incontrarlo. La morte, fino a qualche decina di anni fa, nel nostro allora arretrato paese, era ancora una cosa naturale. E accettata, almeno quando non arrivava anzitempo. Si moriva in casa, e noi bambini vedevamo bene che nel corpo della nonna lei non c’era più. Capivamo la perdita ma era una perdita collettiva, e il vuoto che lasciava veniva pian piano colmato dagli altri che erano accanto a noi. Era il retaggio di una cultura ancestrale, di una società primitiva. Di sentimenti e riti così arretrati da essere rimasti uguali per molte migliaia di anni. In tutta la mia vita, dall’infanzia a oggi, i ritratti dei morti mi hanno accompagnato. Quand’ero bambina stavano sul comodino di mia madre, con una lampadina a forma di lumino sempre accesa davanti a loro. Io non ho conosciuto di persona il nonno materno ma tendo a dimenticarmene, perché il suo viso si accompagnava ai racconti di mia madre su di lui, e quindi egli fa parte dei miei ricordi. Così come la morte fa parte della vita. Non ne è l’antitesi ma una delle componenti. Ma, se la cura diventa un’industria, la malattia diventa la sua materia prima e la morte deve diventare inaccettabile, terrificante, rimossa e incombente come un incubo. E diventa importante che la gente creda ai “progressi della medicina”. La prova più convincente di questi progressi è l’aumento della “vita media”. Ora veramente non la chiamano più “vita media” ma “speranza di vita”, e nessuno di noi sa bene cosa voglia dire, a parte che è una frase insensata. In ogni modo, la media della vita si fa sommando chi muore a novantacinque anni e chi muore a cinquantacinque, ed ecco la media che si alza. Peccato che si tratti di due diverse generazioni, e dunque bisognerebbe dire che c’è una speranza di lunga vita più per quelli che sono nati e cresciuti quando eravamo arretrati, che per quelli nati e cresciuti all’inizio dell’era magnifica dei grandi progressi scientifico-tecnologici della medicina. Poi, la media si fa anche sommando quelli che muoiono a novantacinque anni e quelli che muoiono a tre mesi, ed ecco che la media si abbassa. Ma questa media bassa dei tempi che ci hanno preceduto ( e in realtà dei tempi più lontani non sappiamo proprio quale fosse la vita media) vuol dire solo che molti bambini piccoli morivano, e non che gli esseri umani sopravvissuti al delicato periodo di rafforzamento e adattamento fisico della prima infanzia fossero meno longevi di oggi. Naturalmente, parlando sempre di civiltà gpr, dobbiamo considerare che, anche nei tempi andati, il sistema sociale era fatto in modo da rendere la vita difficile, e soprattutto ai dominati. Una buona parte dei quali, quelli in fondo alla scala sociale, oggi non abitano più tra noi ma nei paesi che abbiamo schiavizzato in modo totale e globale, facendone addirittura discariche dei veleni che il nostro progresso produce. E la vita media di quei paesi non viene quasi mai citata. Non ci riguarda e non scalfisce la nostra convinzione che oggi l’umanità stia meglio di quanto non sia mai stata. Perché l’umanità siamo noi dominanti.