La società dell'informazione, ovvero: l'arte dell'inganno, dai dilettanti ai professionisti

da "Scemi di guerra" di Sonia Savioli





DALLA PAROLA AL DENARO


Sono anni che, da destra come da sinistra, si è preconizzato, poi salutato ed esaltato la “società dell’informazione”.

Notizie in “tempo reale”. Cumuli di notizie, valanghe di notizie, tutti potranno sapere tutto. Finirà l’era dell’ignoranza, la conoscenza sarà alla portata di chiunque. Televisione, giornali, e poi più televisione e ancora più televisione, e in ultimo internet, dove ognuno può comunicare le proprie notizie e ognuno può andare a cercarsele.

Notizie che a noi arrivano come da voci d’oltretomba, perché non conosciamo chi ce le dà, non abbiamo alcuna “notizia” su di lui. Giornalista o internettista al soldo di chi? Al servizio di chi? Con che carattere, formazione culturale, capacità intellettiva?

Ma questo non sembra contare. Non è la qualità dell’informazione ma la quantità che fa la differenza. Anche se, in questa marea di notizie, vige una ferrea censura. Ma la censura non si vede, perché non c’è più nessuno a darci quelle notizie che il potere non vuole divulgare.

Quasi più nessuno. Si può scovarle su qualche giornale, quelli più di sinistra possibile nel cuore dell’Impero, ma anche lì il più delle volte occupano lo spazio di un francobollo o di un bigliettino da visita, e sfuggono all’attenzione.

Quanto a internet, lì le notizie bisogna cercarsele, e questo presuppone che si abbia già un’idea di cosa cercare e la volontà precisa di informarsi su quella cosa.


La conoscenza delle civiltà precedenti nasceva dall’esperienza e dalla trasmissione e condivisione delle esperienze. Le notizie e informazioni venivano date spontaneamente, per senso di appartenenza a una stessa specie. Possiamo chiamarlo sentimento di fratellanza?

Anche colui che non apparteneva alla comunità, lo straniero di passaggio o in visita, raccontava ciò che aveva visto, sentito, vissuto per il solo desiderio di trasmettere conoscenza e per il desiderio di rendere gli altri partecipi della propria vita intellettuale. Allo stesso modo chiedeva e ascoltava, per il desiderio di apprendere e sapere.

Questo tipo di trasmissione di notizie, come la trasmissione dei saperi, è continuata quasi fino a noi, ma perdendo sempre più di importanza man mano che il capitalismo si espandeva fino a diventare globale. La mia generazione ha saputo dai propri genitori cos’era il fascismo, cos’era la guerra, cosa era stata la Resistenza e chi erano i partigiani, qual era la vita dei contadini mezzadri o coloni o braccianti, quale quella dei minatori o degli operai. Ma è stata l’ultima generazione ad aver avuto questo tipo di informazioni, e comunque se l’è scordate. I media ci hanno lavato il cervello e lo hanno ridisegnato secondo il loro schema: lo schema dei loro padroni. Hanno fatto scomparire la memoria.

Oggi c’è solo l’informazione “in tempo reale”.

Cioè, la pubblicità: quella che crediamo e chiamiamo informazione è la pubblicità di un sistema; il sistema imperiale del capitalismo globale, ultimo e finale risultato della civiltà di guerra e progresso.

La parola può ingannare, perché siamo ormai animali che soffocano l’istinto. Se no, i gesti e le espressioni rivelerebbero anche a noi adulti, come ai bambini e ai cani, le vere intenzioni, indole e stato d’animo di chi ci parla, indipendentemente da ciò che ci dice.

Siamo animali che si credono superiori e si stordiscono di parole. Inganniamo anche noi stessi, con le nostre stesse parole; per esempio quando vogliamo farci credere diversi da quello che siamo, e finiamo per crederlo.

Tuttavia, la parola è uno strumento d’inganno molto ugualitario, dato che tutti lo possediamo, e dall’efficacia limitata nel tempo: un bugiardo, dopo un po’, lo si conosce per tale. Inoltre, non di tutti ci fidiamo allo stesso modo: se la persona che vuole ingannarci non ha la nostra stima o se, pur stimandola, conosciamo le sue debolezze, ingannarci sarà per essa molto più difficile.

Quindi, finché lo strumento dell’inganno è stata la parola, neanche i potenti hanno avuto buon gioco e vita facile, e la civiltà di guerra e progresso è progredita molto lentamente Quanto alla parola scritta, è vero che rimane ma, finché non ci sono state la scuola e la stampa, è servita ad ingannare più noi posteri che i contemporanei. Perché i contemporanei, non leggendo essi, non si poteva abbindolarli in cotal maniera.

Quando la parola scritta è diventata la stampa è nato uno strumento formidabile di dominio e di guerra. Uno strumento con cui si poteva convincere, ingannare, influenzare una grande massa di persone, anche interi popoli, su qualsiasi cosa.

Prima ci fu il libro stampato, la divulgazione della lettura come mezzo di comunicazione. E lì si cominciò a perdere qualche colpo.

Se la parola è a disposizione di tutti, l’utilizzo della parola stampata per comunicare le proprie convinzioni o idee o che dir si voglia è a disposizione di chi ha i mezzi economici per stampare e diffondere ciò che stampa. Inoltre, mentre la parola è una comunicazione diretta, che permette di vedere in faccia e conoscere chi sta comunicandoci qualcosa, cioè di sapere da che pulpito viene la predica, la parola scritta è un mezzo di comunicazione che cela il comunicante al comunicato: è un mezzo “astratto” e dotato di un’astratta autorità. Un’autorità impossibile da confutare, che si può solo accettare o rifiutare.

Dal momento in cui un mezzo di comunicazione costa, richiede denaro per essere utilizzato, la comunicazione comincia ad essere nelle mani di chi è più ricco: comincia dunque ad essere uno strumento di potere nelle mani dei dominatori. Però la stampa doveva essere in simbiosi con la scuola di massa, per ottenere i risultati voluti. Finché leggere fu il privilegio di un’élite ebbe comunque i suoi risultati ma molto limitati; le masse subordinate erano impermeabili alla sua forza di persuasione, e rimanevano subordinate molto malvolentieri. Erano ancora più efficaci i preti, che dai loro pulpiti facevano arrivare la voce e l’ideologia dei dominatori a tutto il popolo. Però i preti non erano sempre controllabili, dato che buona parte di essi ci viveva, in mezzo al popolo, e alcuni erano portati ad identificarvisi. Nelle guerre contadine, che come un filo rosso percorrono tutto il medioevo (non appena la luce del progresso comincia a rischiarare il buio degli anni bui), ci sono preti anche nel campo avverso alla Chiesa, cioè quello dei contadini. E preti vennero bruciati come eretici per tutto il tempo che durò la Santa Inquisizione.

Oltre a questo, il popolo conosceva i suoi polli, cioè i suoi preti, e spesso il loro predicare risultava poco efficace, soprattutto quando non mettevano in pratica ciò che predicavano.


Ma i libri, come strumenti di dominio, erano niente in confronto ai giornali. I giornali furono il vero progresso. Un balzo nel progresso. Come i bombardamenti aerei e le automobili.

I giornali non raccontano storie, danno notizie. Le storie possono piacere o non piacere, le notizie sono quello che sono e come sono bisogna prenderle. Per fare un giornale occorrono molti soldi, quindi chi ha molti soldi è padrone delle notizie.

Chi ha molti soldi, di solito, non è solo padrone delle notizie ma è padrone di industrie, di banche, di governi. Chi legge il giornale dovrebbe sempre tenere conto di questo; valutare, in base a questo, quanto credito dare alle notizie.

Ma non succede, e per due motivi. Il primo motivo è che il giornale è stato, appunto, un grande progresso. Un grande progresso in una società che ormai aveva il culto del progresso: il progresso era diventato una religione e una religione senza rivali, incontestabile. Si può contestare Dio, Allah e Budda (quest’ultimo in occidente molto meno, perché i suoi adepti sono ancora dei fanatici) , ma solo dei pazzi o dei vecchi rimbambiti possono contestare il progresso.

Dunque il giornale, frutto del progresso, ne riveste il carisma e l’autorità. Il lettore del giornale beve alla fonte delle notizie con la convinzione pregiudiziale che si tratti di fonte benefica, curativa e formativa, che cura dall’ignoranza e forma il cittadino aggiornato e responsabile. Non si fanno forse le statistiche di quali popoli leggano più giornali per deciderne cultura e conoscenza?

Di fronte alle notizie del giornale il cervello dell’uomo progredito è come una spugna morta a contatto con l’acqua: se ne imbeve senza necessità e senza tantomeno domandarsene la necessità.

Il secondo motivo, che finisce per abbattere anche le difese delle menti più critiche e dei caratteri più diffidenti, è che ormai, al culmine finale del progresso, tutti i giornali, assieme al resto dei “mezzi d’informazione”, ci danno le stesse notizie.

Dunque, devono essere vere.

Forse che tutti possono mentire?


Se il lettore medio occidentale sapesse ancora di vivere in una società classista, conflittuale e competitiva, il fatto di ricevere le stesse notizie da tutti i mezzi d’informazione lo metterebbe in sospetto. E forse ne dedurrebbe che le notizie, se non i media, appartengono tutte allo stesso padrone: agli stessi padroni, con gli stessi interessi. I capitalisti imperiali e la loro corte.

Ma il lettore medio non lo sa più. Non lo sa più l’abitante privilegiato dell’occidente-impero. Un po’ perché il diffondersi di tanta cultura e istruzione e di tante notizie serviva appunto a questo: a nascondere divisione, classismo, conflitto, consapevolezza di interessi diversi e contrastanti in seno alla stessa società. Un po’ perché l’abitante medio dell’Impero, anche quando appartenente alle classi subordinate, ha potuto in questi ultimi decenni godere di benessere e privilegi ottenuti sfruttando gli uomini e la natura dei paesi dall’Impero dominati. Cioè dall’aver i suoi padroni sottomesso, schiavizzato, occupato tre quarti del mondo, rapinandoli di ogni cosa, dalle terre ai mari agli organi umani, per dare vita alla società del bengodi consumistico illimitato, distribuendo alla propria plebe gli avanzi di tale banchetto antropofago.

E quando si trae vantaggio dalla schiavitù di altri, oltre a non accorgersi più della propria, si finisce con l’identificarsi più con gli schiavisti che con gli schiavi.