Giovanni Pascoli


Giovanni Pascoli è stato il grande poeta della vita contadina, della campagna, della natura. I riti e le usanze, i sentimenti e gli atteggiamenti della gente semplice, i colori e i profumi dei campi permeano tutta la sua opera. In un ambiente contadino, del resto, Pascoli era nato, e in un ambiente contadino scelse di trascorrere gli ultimi anni. Nella descrizione di quell'ambiente, fatto di esseri umani, di animali e di piante legati insieme indissolubilmente, la poesia di Pascoli esprime compiutamente ciò che è compito della poesia esprimere: i valori profondi e immutabili della vita, la sua essenza altrimenti inesprimibile.

Le ciaramelle sono lo strumento musicale dei pastori, assieme alle zampogne. Quando ero bambina ho potuto ascoltarle anch'io: persino a Milano, nei giorni che precedevano il Natale, gli zampognari arrivavano dai monti dell'Abruzzo e del Molise. Indossavano pesanti e scuri mantelli di lana, avevano ai piedi le cioce e sul capo neri cappelli a cono dalla tesa larga; avevano volti cotti dal sole e dal freddo. Apparivano estranei e fuori luogo agli occhi ignoranti dei cittadini, che non ne capivano gli intenti, non ne conoscevano la vita e avevano già perso tradizioni e cultura. Adesso so che estranei e fuori luogo nella vita eravamo noi; noi abitanti della luce artificiale, del suolo artificiale, di sogni e aspirazioni artificiali. Ignoranti perché avulsi dalle conoscenze fondamentali. Noi abitanti della grande città, che già negli anni sessanta stavamo perdendo ogni legame con la vita naturale, ogni comprensione della magia e della sacralità del Natale. Il Natale non è sacro solo per i cristiani; è il momento cruciale dell'anno, scandisce la fine e l'inizio del ciclo rigeneratore della natura e tutti i riti ad esso legati lo testimoniano; è la festa degli alberi che resistono verdi nel gelo invernale, dei semi e delle bacche che li contengono e che promettono la rinascita; della luce che riprende a crescere dopo essere scemata. Abeti, vischio, agrifoglio, pungitopo, lenticchie, candele, luci, e il rosso della vita, del sangue che pulsa in noi e in tutti gli altri animali. E' la riconferma che della natura noi facciamo parte e dobbiamo venerarla, attraverso una divinità o anche senza di essa.

LE CIARAMELLE

Udii tra il sonno le ciaramelle,

ho udito un suono di ninne nanne.

Ci sono in cielo tutte le stelle,

ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente;

hanno destato ne' suoi tuguri

tutta la buona povera gente.


Ognuno è sorto dal suo giaciglio;

accende il lume sotto la trave;

sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,

di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,

là nella casa, qua sulla siepe;

sembra la terra, prima di giorno,

un piccoletto grande presepe.


Nel cielo azzurro tutte le stelle

paion restare come in attesa;

ed ecco alzare le ciaramelle

il loro dolce suono di chiesa;


suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla.


O ciaramelle degli anni primi,

d'avanti il giorno, d'avanti il vero,

or che le stelle son là sublimi,

conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,

che non ancora s'accende il fuoco;

prima del grido delle campane

fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,

di tante cose! Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martòro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lagrime buone!