La terra ci chiede aiuto

aleksei-denisov-uralsky-a-forest-fire-1897 - Copia

di Sonia Savioli

22 /9/ 2026

Questa tremenda estate è forse giunta alla fine ma non c’è da rallegrarsi: il peggio, come sempre ormai, deve ancora venire.
Quando parlo con gente anziana mi capita quasi sempre di sentirli dire che sono contenti di essere vecchi, vicini alla fine, e dispiaciuti per i giovani e i bambini. Come dire che non hanno più speranze per l’avvenire di un mondo avviato verso la catastrofe. Siccome sono vecchia anch’io, dovrei forse sentire nello stesso modo ma non mi riesce. Non mi riesce di non angosciarmi e non pensare a come agire per il bene di quei bambini e dei miliardi di creature animali e vegetali che abitano questo pianeta: il loro futuro mi sembra comunque mio.
L’estate orribile è forse finita ma rimangono gli orribili danni che ha procurato: circa cinque milioni di ettari di foreste bruciate in Canada, un milione in Europa, un milione e mezzo in Siberia.
In tutto il mondo, dall’inizio del 2026 sono bruciati più di cento milioni di ettari di vegetazione: ancora una volta, l’anno presente è peggiore di quelli passati. Non tutti quei cento e passa milioni di ettari erano foreste; c’erano savane, campi coltivati, brughiere e garighe, macchie. In ogni caso, era vegetazione, erano vite vegetali e animali; era biodiversità, emanazione di ossigeno e assorbimento di anidride carbonica. Era vita ed erano vite.
E’ bruciata, in quest’estate rovente, anche una parte della foresta di Fontainebleau, il grande e magnifico polmone verde di tutta l’area parigina: un ecosistema eccezionale di foresta, stagni, brughiere, innalzamenti rocciosi, quindicimila specie tra animali e vegetali.
Mentre Fontainebleau bruciava, a Parigi, come se niente fosse, si festeggiava il 14 luglio con relative acrobazie aeronautiche e fuochi d’artificio, tanto per non smentire la demenza di un’umanità determinata a continuare a bruciare combustibili fossili per motivi di pura insania mentale, e con la parata militare di un esercito che, da Giovanna d’Arco in poi non ha mai difeso il proprio paese ma ha imperversato in Africa e in Asia per occupare, sottomettere, schiavizzare. E non l’ha difeso neanche quest’estate, il suo paese; altrimenti, invece della sfilata mostra-muscoli, avrebbe mostrato come si spegne l’incendio di Fontainebleau con migliaia di soldati armati di pale e di canne dell’acqua con relativi serbatoi. Ma i governanti della Francia e gli amministratori della sua capitale se ne infischiano di Fontainebleau. Se ne deduce, senza ombra di dubbio, che se ne infischiano anche degli abitanti umani della Francia.
Ma ecco un altro esempio del perché molta gente, che ha vissuto tempi migliori, dica meno male che non vivrò ancora a lungo.
Mentre il Canada bruciava: un’estensione di foreste grande più di due volte la Lombardia, il primo ministro canadese, tale Mark Carney, ex direttore generale di Goldman Sachs (tanto per confermare che il globalcapitalismo finanziario non vuole più delegare la politica ai politicanti ma averla direttamente nelle mani dei suoi pirati-saccheggiatori), dunque il virtuale primo ministro canadese (addio Canada!) se ne stava a New York a “guardare la partita”. Era ad assistere ai campionati mondiali di calcio, il primo ministro del paese che andava a fuoco. Esultava, il primo ministro del paese che andava a fuoco, con novecento incendi attivi e buona parte di essi fuori controllo, per la vittoria della squadra canadese, e diceva: “I canadesi parleranno per generazioni di questa prestazione della nostra squadra… Il meglio deve ancora venire”.
Dando così prova ed esempio della totale assenza di umanità, di coscienza e persino di intelligenza degli attuali governanti e politici del mondo “sviluppato”.
Quando si dice foresta tutti vediamo una distesa di alberi. Ma una foresta, e tanto più una foresta canadese, non è solo questo, così come il mare non è solo alghe e acqua salata. Bisogna addentrarsi con il pensiero in una foresta: è miliardi di creature animali e vegetali. Insetti, libellule, pesci nei fiumi e nei ruscelli, scoiattoli sugli alberi e piccoli roditori nelle gallerie sotto terra, uccelli nel periodo della nidificazione, anfibi, orsi, cervi, linci, alci, tutti con i loro piccoli nella generosa estate ricca di cibo, sono bruciati. Villaggi indiani sono stati evacuati: una volta ancora privati della loro terra.
Mentre il primo ministro canadese, che risparmia sui pompieri ma non sulle armi, si divertiva a guardare le partite.
La cosa più sconfortante è considerare che questi mostri rappresentano una buona parte dei loro popoli (e di noi tutti), non tanto perché li abbiano o non li abbiano votati, quanto perché anche i suddetti popoli non fanno una piega di fronte alla catastrofe ambientale e climatica, alla quale contribuiscono costantemente e che non cambia le loro abitudini di una virgola.
Diventano però furiosi quando i loro guadagni si assottigliano. Vedi le aziende di trasporto su gomma (chiamate “camionisti” quando invece sono delle multinazionali), che dovrebbero scomparire dalla faccia della terra, essendo incompatibili con la sopravvivenza anche nostra e che, come i pescatori francesi, sono in guerra per l’aumento del prezzo del carburante. Badate bene: non dovete immaginare i pescatori della canzone “e la barca tornò sola”; le flotte di navi-fabbrica francesi hanno contribuito a sterminare i banchi di merluzzi di Terranova; con le reti lunghe chilometri ramazzano il mare e tutte le sue creature, salvo poi buttarne via più di metà perché non adatte alla lavorazione: la pesca è ormai un’industria e come tale cerca il massimo profitto col minimo della spesa, e dunque riesce ad essere sovvenzionata dagli Stati e a ricevere ogni anno miliardi dall’Unione Europea. Oggi, tutto ciò che distrugge l’ambiente è aiutato, incrementato, sovvenzionato dalla politica, perché ciò che distrugge l’ambiente porta profitto, diretto o indiretto, alle grandi compagnie internazionali. E sono esse che decidono leggi, politiche a anche politici.

Però qualcuno c’è che, invece di pensare alla “grana”, pensa alla vita delle foreste e di tutte le loro creature: che significa alla vita del pianeta. Che significa, anche se la smania di soldi e potere, la competizione sociale, lo stordimento consumistico ce lo hanno fatto dimenticare, la nostra stessa vita come specie umana.
Qualcuno che, mentre il presidente francese e il primo ministro canadese lasciavano bruciare come fiammiferi gli alberi del proprio paese, sorvegliava giorno e notte i confini della “sua” foresta nel Borneo, e spegneva le fiamme che ad essa si avvicinavano, appiccate dai latifondisti dell’olio di palma.
Chanee Kalaweit dovrebbe essere, come tanti altri sconosciuti e misconosciuti, uno dei nostri eroi. E’ arrivato in Indonesia dalla Francia a diciotto anni, per studiare i gibboni, che erano la sua grande passione. Dall’Indonesia non se n’è più andato: oggi ha quarantasette anni, è cittadino indonesiano, sta dedicando tutta la sua vita a salvare ciò che rimane delle foreste del Borneo e di Sumatra, distrutte dalla coltivazione delle palme da olio, dalle miniere, dall’industria del legname. Lo fa assieme alla sua famiglia e in accordo con le comunità indigene, che sono minacciate come le loro foreste. Lo fa con decine di guardie forestali, gente nata e vissuta in quella zona, pagata dall’associazione per sorvegliare le foreste e i loro confini, sempre sotto la minaccia delle aziende limitrofe. Lo fa acquistando foreste e restituendole alle popolazioni indigene: foreste comunitarie protette e gestite dall’associazione Kalaweit.
Ha salvato finora 3.502 ettari di foreste. Una briciola, si può dire, di quella che era l’immensa foresta del Borneo e di Sumatra. Ma in quella briciola, che comunque continua ad ingrandirsi, vivono e sono salvi milioni di alberi e di animali, molti dei quali esistono solo lì: oranghi, scimmie nasica, orsi malesi, elefanti pigmei, leopardi nebulosi…
Non siamo impotenti. Possiamo dare il nostro contributo aiutando Kalaweit. La donazione minima è di soli dodici euri: una pizza senza la birra. Per salvare un gibbone, forse un tapiro o un orango.
Possiamo raccogliere fondi per loro, possiamo diffondere la conoscenza dell’associazione Kalaweit. In fondo all’articolo troverete i link che la riguardano.
Non siamo impotenti. Possiamo contribuire al boicottaggio dei prodotti contenenti olio di palma: il consumo critico è stato, purtroppo per un breve periodo, una delle armi del movimento ambientalista più temuta dalle multinazionali.
Il Borneo è un’isola grande due volte e mezzo l’Italia. Fino agli anni settanta, l’ottanta per cento del suo territorio era coperto di foreste. Più della metà delle foreste, un’area grande più dell’Italia, è stata distrutta, e la distruzione continua. Gran parte della distruzione è dovuta alla coltivazione delle palme da olio che, dopo aver raso al suolo le foreste, continuano a inquinare terre e acque con le tonnellate di pesticidi e concimi chimici usate quasi quotidianamente. L’olio di palma è oggi in molti prodotti che indicano tra i loro ingrediente “oli vegetali” non specificati. Ferrero, Nestlè, Kellog’s, Unilever, Johnson&Johnson, KitKat, Procter&Gamble, Friol… Controllate le etichette, non esiste olio di palma sostenibile!!!
Non siamo impotenti. A meno che non decidiamo di esserlo, a meno che non ci lasciamo scoraggiare da una situazione che sembra irrimediabile, e forse lo è proprio perché siamo scoraggiati. Ma a volte lo scoraggiamento è anche, in qualche misura, un rifugio che ci permette di non agire, di assecondare il desiderio di sottrarci alle difficoltà dell’impegno, alle difficoltà della lotta e della coerenza. Bene, non possiamo più permettercelo. Coraggio, allora!
“Il mondo deve ascoltare il pianto della Terra che ci sta chiedendo aiuto. Abusare della natura è pericoloso… Noi sappiamo che quando distruggi la foresta, recidi le arterie del futuro e la forza del mondo viene meno. Perciò è molto importante lottare insieme per fermare questa distruzione…” (Davi Kopenawa – Yanomami)

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